L.R. – Anoressia e depressione endogena

Novembre 11, 2019 0 Di wp_3697678

Mi presento: sono Laura, ho 48 anni e vi scrivo spinta dal desiderio di condividere la mia “storia”, fare alcune riflessioni ad alta voce e, perché no, porre alcune domande.

Il 22 settembre scorso a Vicenza ho partecipato alla “Giornata dei Guariti” e ho ascoltato con molto interesse le testimonianze delle persone guarite e le relazioni dei diversi specialisti condividendone interiormente pensieri ed esperienze. Ci sono “malattie” che con violenta prepotenza bussano alla tua porta (così pensiamo di solito e anch’io così pensavo allora), altre che pian piano si manifestano senza fare troppo rumore ed altre che a volte è difficile definire come tali. All’età di 17 anni incontrai l’ANORESSIA e la DEPRESSIONE; questi due incontri, funesti a detta di tutti, per me furono la cosa migliore che mi potesse capitare in quanto mi portarono ad intraprendere un viaggio introspettivo che cambiò la mia vita. Quando “l’anoressia mi travolse”, quel “pensiero anoressico” mi fece conoscere la forza di volontà e “il potere della mente” (illusa) di poter controllare tutto, il mio corpo, i miei istinti… quel tutto atto all’auto-annientamento. Quel pensiero di morte, dopo tanto cercare dentro di me, prese un’altra direzione e quella determinazione invertì la rotta verso la voglia di vivere. Fu un lavoro faticoso ma indispensabile per comprendere che, dopo essere riuscita con la forza di volontà a invertire la situazione ora mi aspettava una prova assai più difficile e lunga: il tunnel della depressione. Faccio un passo indietro: era la fine degli anni Ottanta e al tempo parlare di anoressia e depressione era  tabù e nulla mi valse qualche visita dallo Psichiatra. Ricordo ancora quel medico a distanza di trent’anni… lo ricordo intento a farmi domande ed io cercare di dire qualcosa. Come poteva lui darmi delle risposte se nemmeno io riuscivo a formulare le domande giuste? Perché mai avrei dovuto parlargli di me e di cosa mi passava per la testa? Nella mia presunzione di adolescente avevo la sensazione che lui, di quel “pozzo senza fine” avesse solo sentito raccontare e imparato teorie, la paura del buio e l’odore acre di merda non li puoi conoscere se non li hai vissuti. Cosa poteva sapere lui, dunque, di un “viaggio” che non aveva mai fatto e di un luogo che non aveva mai visto? Iniziai a conoscere gli psicofarmaci, che presi e che dopo due mesi decisi di buttare nella spazzatura convinta che né lo psichiatra né i farmaci avrebbero risolto quel “mal di vivere”: chi più di me mi conosceva? Come potevano essere delle pasticche a risolvermi i problemi? Dissi basta e, da un giorno all’altro, non li presi più! Rispecchiarmi nell’esperienza di una persona cara vicina a me, vederla perdersi nella sua “malattia” mi permise di prendere coscienza che dovevo prendere in mano la mia vita e non lasciarmi travolgere da essa. Se quel pensiero anoressico era ormai parte di me, dovevo volgere i suoi lati positivi a mio favore: l’ostinazione e la fermezza dovevano essere le mie alleate, dovevo riuscire non a distruggermi, ma ad uscire fuori da quel circolo vizioso che mi toglieva leggerezza nella vita.
L’ACCETTAZIONE fu il primo passo verso la guarigione e “LEI” divenne così non più un nemico da combattere ma un alleato, una parte di me da conoscere e comprendere. Parlarne così ora sembra semplice! Ma dal momento in cui ti rendi conto che le cose non vanno, al momento in cui ti muovi per fare i primi passi ce ne vuole; per me dentro ci stavano ancora i pomeriggi passati al buio nella mia stanza e le passeggiate lungo i marciapiedi delle strade, dove nei giorni peggiori mi auguravo che un’auto mi travolgesse, così avrei risolto tutti i miei problemi. A volte mi vergognavo perché pensavo che qualcun altro avesse diritto di farla finita più di me; in fin dei conti io che problemi avevo per scegliere una soluzione tanto drastica (non avevo problemi tangibili, né tanto meno una situazione famigliare sfavorevole, anzi… )? Ogni qualvolta cercavo un appiglio dal quale partire, aggrapparmi, cento se ne presentavano! Più e più volte mi rivoltai come un calzino cercando di rispondere alle mille domande che quasi sempre non trovavano risposta… Ora dire che la mia depressione si risolse da lì a breve non corrisponde a verità. Chi vive di questa esperienza sa, o ne ha la percezione, che è una “cosa” che fa parte di te, che ogni tanto si ripresenta o ti segue come un’ombra; i più la rigettano, la combattono e si illudono di risolverla con psicofarmaci e “buoni consigli” facendo finta che non esista, ma lei se ne sta lì dietro l’angolo ad aspettarti. La depressione, per come io l’ho vissuta, ti offre l’opportunità di scavalcare il muro delle nostre paure offrendoti un percorso difficile da fare ma fondamentale per la crescita e una profonda conoscenza dell’animo e della mente umana. Pochi ti parlano del rovescio della medaglia perché, forse, non hanno mai visto la depressione come una cosa positiva; qualcuno che ti dice che metabolizzare quella disperazione caotica è, forse, l’unico modo per scoprire un’altra vita, indispensabile per riuscire a trovare te stesso, il tuo equilibrio; pochi ti diranno che quella sofferenza interiore è necessaria per comprendere che quel pozzo senza fine può avere una fine ed è, anzi, un INIZIO. Come già accennato la mia storia non descrive “disagi psicologici” derivanti da situazioni traumatiche, ma da quel mal di vivere che apparentemente non ha origine e per questo, dal mio punto di vista, più difficile da gestire perché non ha un volto o non ha un nome. La depressione divenne la mia compagna  per molto tempo tanto che anche quando nella quotidianità del tempo c’era una parvenza di normalità  “qualcosa” mi spingeva a ricercare quello stato di sofferenza interiore, l’unico che mi permettesse di scavare sempre più a fondo e che mi facesse progredire in quel cammino che a tutti i costi ero sicura di voler percorrere e di cui sentivo non poter fare a meno. Qualche anno fa la scrittura mi aiutò a ripercorre la mia storia. Rendendo più chiaro il mio vissuto mi aiutò a comprendere appieno quanto era forse solo allora percepito; riuscii, in quella circostanza, a liberarmi di lei in quanto consapevolmente smisi di identificarmi con essa. In seguito l’incontro con la meditazione segnò definitivamente il passaggio ad una inaspettata “comprensione”. Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non avessi incontrato “la malattia”, so solo com’è stata averla vissuta. Ho tralasciato volutamente nel mio racconto le conseguenze tangibili che ne derivarono sulla mia salute, sia per quanto riguarda l’anoressia, in modo molto più evidente (anche se questa non mi portò all’estremo di un deperimento organico irreversibile), sia per quanto riguarda le ricadute della depressione a livello psicosomatico che di patologia… ognuna di queste si risolse via via quando le mie “sofferenze psicologiche” trovarono il giusto equilibrio. Parto da qui per una riflessione ad alta voce: la depressione, definita   “malattia psichiatrica”, quando ha origine da disagio o traumi o, come nel mio caso, senza causa apparente, spesso genera altri disturbi che col tempo possono diventare patologie; in altri casi è la conseguenza di un’ altra malattia (come spesso accade quando si ha a che fare con il cosiddetto “cancro”) e concorre a peggiorare la stessa che l’ha generata… un po’ come un gatto che si morde la coda!
In entrambi i casi, quando va fuori controllo, può  portare ad un esito drammatico… in uno viene contemplato il suicidio, nell’altro una accelerazione della patologia e l’impossibilità di auspicare  una soluzione della stessa e perché no,  una guarigione. È evidente che, in ogni caso, la “sanità emotiva” è indispensabile se non fondamentale per il benessere dell’uomo. Molti medici si preoccupano della patologia (come se questa fosse dotata di vita propria e non una manifestazione dell’essere che la esprime) e poco, se non nulla, dello stato psicologico della persona (spesso non adeguatamente considerato, se non del tutto ignorato).
“Nell’autunno del 2017 a mio padre (allora 81 anni) venne diagnosticato un “tumore maligno”  al labbro inferiore e ai linfonodi sotto mascellari, conseguenza di 30 anni di sigarette. Il tumore era in stato avanzato, gli davano poche prospettive di vita (al momento della diagnosi lui non manifestava nessun sintomo se non una insolita piccola ulcera a lato della bocca); per le sue condizioni respiratorie, enfisema cronico, subito non venne contemplato l’intervento perché troppo rischioso. In quei mesi mia madre terrorizzata al solo nominare la “nefasta parola”, la vidi invecchiare precipitosamente e acuire  alcuni disturbi gastrointestinali di cui soffriva da anni. Mio padre volle affrontare lo stesso l’operazione con tutti i rischi che ne comportava (7 ore e mezzo di intervento e due arresti cardiaci) manifestando il suo desiderio di volere, a Dio piacendo, rimanere ancora qui! E così fu; lui pian piano si riprese ma appena dopo 20 giorni dalle sue dimissioni mia madre peggiorò e le fu diagnosticato un tumore “irreversibile” con prospettiva di vita 8 mesi… lei se ne andò 4 mesi dopo. In quei mesi la forza di volontà che aveva sostenuto mio padre non sostenne lei e cadde in una profonda depressione. Nel corso della sua malattia non trovammo nessun sostegno psicologico che avevamo richiesto, ritenendolo inutile (tanto ci pensava la morfina)… il tutto ci lasciò impotenti. Mio padre ora, rimasto solo, a due anni di distanza e periodici controlli sta bene contro ogni aspettativa; è autonomo e vive da solo coltivando passioni e interessi… quindi che dire?! Qualsiasi sia la prospettiva con la quale si guarda la depressione ne risulta un aspetto non trascurabile anzi, direi centrale, a dispetto dei più che la considerano o irrilevante o come una cosa da sconfiggere: ma ha senso ignorare o combattere contro noi stessi e rendere vana l’opportunità di conoscersi e diventare esseri CONSAPEVOLI?
Nei prossimi anni, secondo uno studio dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità) la depressione sarà la seconda causa di invalidità al mondo. Come si affronterà in futuro tutto questo se non cambia la cultura della società? Ora tutto sembra remare contro l’EVOLUZIONE dell’individuo! Dogmi che paiono invalicabili, paura e preconcetti. Nelle testimonianze che ho ascoltato nella “Giornata dei Guariti”, in ognuna di quelle persone vi era qualcosa di speciale, oltre ad una grande forza di volontà, e fortunatamente vi erano anche degli specialisti non barricati dietro le loro teorie ma, purtroppo, sappiamo che questi medici sono rari. Secondo la mia esperienza credo che il passaggio attraverso l’autoconoscienza sia d’obbligo per conoscere la natura dell’uomo con le sue grandi potenzialità e quindi, che la consapevolezza sia innata o indotta attraverso le esperienze della vita, come una “malattia”, non è da respingere ma accogliere… anche se costa sofferenza.

Laura