R.B. – Morbo di Friedreich

Gennaio 11, 2019 0 Di wp_3697678

Due diagnostiche genetiche “ereditarie”

Nel 2003, grazie ad una conferenza a cui ho assistito sulla Nuova Medicina Germanica del Dr. Ryke Geerd Hamer, si è accesa dentro di me la voglia di capire ed approfondire quanto di vero poteva esserci su una diagnosi neurologica assegnatami all’età di 8 anni.
A seguito di determinate sintomatologie mi fu diagnosticata una patologia genetica ereditaria, il cosiddetto Morbo di Friedreich, che mi avrebbe portato, con l’età dello sviluppo, ad una paralisi totale.
Nessun familiare vicino o lontano ha mai avuto tale malattia.
Ho vissuta tutta la mia adolescenza con questa spada di Damocle che mi ha causato sofferenze fisiche e psichiche, ma, nonostante tutto, ho cercato di reagire e di non rassegnarmi a questa situazione. All’età di 23 anni, poiché la paralisi non si era verificata, la diagnosi fu rivista per evidente errore. Camminavo bene e e non ero quindi paralizzata come previsto dalla prima diagnosi.
La seconda diagnosi confermò però una malattia genetica ereditaria, ascrivibile al cosiddetto Morbo di Charcot Marie Tooth, meno invasvo del primo certo, ma che mi avrebbe comunque costretto, con il passare degli anni, soprattutto verso i 40, all’utilizzo della sedia a rotelle.
Durante la conferenza sulle scoperte di Hamer chiesi alla relatrice se si potevano ricercare in qualche modo le cause di questa mia strana patologia e lei mi chiese di mostrarle le TAC cerebrali che avevo effettuato ripetutamente nel tempo.Me le riconsegno dopo qualche giorno – nel frattempo si era confrontata anche con un esperto – dicendomi che dall’interpretazione delle TAC, alla luce delle scoperte di Hamer, si evidenziava un forte shock localizzata nella zona dei foglietti embrionali che Hamer definì correlata ai conflitti di separazione intensa, senza via d’uscita. Io le risposi che lo shock era forse dovuto alla morte dei miei genitori, a lei insistette nel dire che a suo avviso era un trauma avvenuto molto tempo prima e che probabilmente era la causa della mia patologia.
Allora ho ricordato che mia madre mi raccontò che all’età di 4 mesi ingoiai , dormendo, una spilla d’oro che bloccava il bavaglino e che rimase aperta, impuntata, anche nella gola per 40 giorni. Ho vissuto quel periodo completamente separata dai miei genitori – i medici pensavano che si trattasse di una malattia endemica.
Dopo 40 giorni di atroci sofferenze – stavo per lasciare il corpo fisico – un medico riscontrò e asportò la spilla.Mi salvò la vita, ma eluse le cause psico-biologiche che subii per quel terribile trauma.
Gli anni seguenti furono duri, soprattutto quelli successivi alla prima diagnosi, perché ha causato forte sofferenza e preoccupazione anche a tutti i miei familiari.
Ho, da tempo oltrepassato i 50 anni e tutto quello che mi era stato prospettato non si è verificato.Svolgo, con l’aiuto di mo marito, una vita discretamente normale.
Ringrazio me stessa per essere riuscita a superare e lottare con coraggio fino ad oggi, contro tutto quello che era stato segnato sul mio percorso di vita.
Ritengo che sia importante comprendere come, a volte, le diagnosi possano influire sulla vita delle persone così profondamente da spegnere quasi totalmente la luce che illumina il cammino di ognuno e come sia pertanto importante ricercare le cause della malattia e comprendere la loro evoluzione biologica.
Grazie, con gioia.
R.B.